Rock and Roll

Rock and Roll

Il rock’n’roll, diversamente da tutti gli altri movimenti, ha una precisa data di nascita: 12 aprile 1954. Quel giorno, infatti, Bill Haley e il suo gruppo (The Comets) registrano una canzone, strutturata come un blues ma eseguita più velocemente. Titolo: “Rock around the clock”. E’ il big bang; favorito dal suo inserimento nella colonna sonora del film “Il seme della violenza” (1955), il brano fa il giro del mondo e si guadagna fama imperitura. Sulla scia del successo di Bill Haley emergono – veloci come funghi dopo un temporale – gruppi e solisti che scriveranno pagine fondamentali nella storia della musica leggera: Little Richards, Bo Diddley, Chuck Berry, Gene Vincent, Jerry Lee Lewis e altri ancora.
Cominciano, per le famiglie americane, giorni movimentati: padri e madri di tutti gli States devono far fronte alle turbolenze dei loro figli adolescenti, le cui inevitabili tempeste ormonali subiscono – ad opera della frenesia del rock’n’roll – una considerevole amplificazione.
IL “PREOCCUPANTE” PRESLEY. Le tradizionali feste di fine anno scolastico diventano sempre più “divertenti”, e le preoccupazioni dei genitori crescono insieme al divertimento. I contrasti familiari sono all’ordine del giorno: non è facile mettere d’accordo un papà infastidito dal tambureggiare dei signori di cui sopra e un figlio che glieli propina da mattina a sera. Il peggio si teme quando Elvis Presley fa la sua comparsa all'”Ed Sullivan show”, trasmissione televisiva seguitissima negli Stati Uniti. Quella sera, attraverso le telecamere della Nbc, la trasgressione entra nelle case di mezza America: Elvis non lesina provocanti roteate di bacino, guadagnandosi l’appellativo di “the Pelvis” e scatenando un uragano nei desideri sessuali di chi ha un’età compresa tra i quindici e i vent’anni. Il messaggio viaggia diretto come un treno, sulle note di “Heartbreak hotel”, e si traduce in un esplicito invito a lasciarsi andare. Si tratta, però, di un fuoco di paglia; nonostante l’indiscusso carisma di Elvis – vero e proprio “leader” dei giovani – bisognerà attendere ancora qualche anno per assistere all’esplosione di quella contestazione che, intrecciando elementi politici e sociali, stravolgerà l quotidianità delle famiglie, al di là e al di qua dell’Atlantico.
CAMBIO DELLA GUARDIA. Mentre gli Stati Uniti sono intenti ad arginare quel fiume in piena che va sotto il nome di Rock’n’roll, in Italia si pensa soprattutto a uscire dalla profonda crisi economica ereditata dalla Seconda Guerra Mondiale. Alfieri della canzone sono Claudio Villa, Nunzio Gallo, Gino Latilla, Achille Togliani; tutti devoti sudditi della regina Nilla Pizzi. La musica leggera fa sognare, e non passa per la testa di alcuno – cantante, discografico e tantomeno ascoltatore – l’idea di seguire l’esempio che viene dagli States. Ma l’ondata americana è irresistibile, e in qualche anno riesce a percorrere l’oceano per arrivare a bagnare le coste del Bel Paese. ELVIS fa proseliti tra le nuove leve: LITTLE TONY, BOBBY SOLO e – meno sfacciatamente – Adriano CELENTANO rappresentano la versione “all’amatriciana” del Re del Rock. Ma quando costoro cominciano a scalare le hit parade italiane, in America Elvis consegna virtualmente lo scettro nelle mani di un tale Robert Zimmermann, che conoscerà fama mondiale col nome di BOB DYLAN
IL MENESTRELLO DELLA PACE E’ il 1962, e l’ex sovrano PRESLEY affianca alla produzione discografica quella cinematografica, recitando in filmettini i quali – per quanto kitsch – riscuotono un discreto successo. Il vento, però, sta cambiando: meglio, “The times they are A-changin'”, come canta in quegli anni il
menestrello Dylan. Il quale, per attirare a sè milioni di giovani, si serve di una chitarra e di un’armonica, trasferendo nelle parole quella forza devastante che pochi anni prima albergava nei ritmi indiavolati e nelle schitarrate al fulmicotone dei vari Chuck Berry e Bo Diddley.
Corre l’anno 1962, come abbiamo detto, e nei negozi di dischi compare “The freeweelin'”, secondo lavoro di un artista nato nel ’41 a Duluth, Minnesota, e formatosi culturalmente a New York, nei club del Greenwich Village frequentati da beatnik quali Jack Kerouack, Gregory Corso, William Burroughs, Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti. Dylan unisce la tradizione dei folk singer (suo nume tutelare rimarrà sempre il più noto tra essi, Woody Guthrie) alla protesta sociale degli scrittori beat. Si fa, quindi, cantore di una realtà che sfiora la Terza Guerra Mondiale a causa delle frizioni tra Usa e Urss sulla questione dei missili nucleari sovietici installati a Cuba.
Nasce così una canzone che diverrà l’inno pacifista per antonomasia: “Blowin’ in the wind”. Il vento pacifista soffia come fosse un ciclone: due anni più tardi, nella calda e sempre assolata California, si assiste alla prima contestazione studentesca della storia. All’università di Berkeley, in quel di San Francisco, uno studente di origini italiane – Mario Savio – tiene a battesimo il “movimento degli studenti”. E’ il 14 settembre 1964, data significativa poichè segna anche – nell’opinione di molti – la nascita del rock. A differenza di suo papà rock’n’roll, interprete di un cambiamento circoscritto all’ambito musicale e sociale, il rock è sfacciatamente politico. Non solo la crisi cubana e la rivolta studentesca possono considerarsi il motore della protesta.
IL MEGAFONO DI UNA GENERAZIONE – Ad essi vanno aggiunti la lotta per i diritti civili dei neri e di altre minoranze, il rifiuto della guerra del Vietnam (cominciata due anni prima) e, non ultimo, il colossale choc provocato dall’assassinio del presidente Kennedy a Dallas (22 novembre 1963). L’America è come bruscamente svegliata da un sogno bellissimo, quello di una “nuova frontiera” di pace e serenità. I giovani, nella loro ingenuità, fiutano un futuro di incertezze, e cercano nella protesta collettiva una via che porti ad un mondo migliore. Il rock diventa quindi il megafono di una generazione idealista e confusa, che si identificherà totalmente nelle parole e nella musica di artisti quali CROSBY, STILLS, NASH & YOUNG, JIM MORRISON, JIMI HENDRIX, JANIS JOPLIN, “eroi maledetti” ma anche splendidi interpreti di canzoni che hanno fatto la storia della musica leggera.
IL MOVIMENTO HIPPIE – I primi fermenti rivoluzionari si espressero attraverso il movimento hippie. Sull’onda del conflitto armato che vede impegnati in Vietnam migliaia di giovani americani tra i diciannove e i venticinque anni, chi tra loro non è partito per quella giungla sente il dovere di manifestargli solidarietà con slogan “Fate l’amore, non fate la guerra”. Gli hippie sono la quintessenza del pacifismo: sognano un
mondo senza più guerre, di persone libere di fare ciò che desiderano senza restrizioni. Essi, quindi, inaugurano le pratiche della libertà totale seguendo l’insegnamento delle mistiche orientali, favorendo l’espansione della coscienza, l’utopia.
Un forte aiuto viene loro dal consumo di droga: hashish, marijuana e lsd gareggiano con gli alimenti di prima necessità, al punto da favorire la nascita di una musica concepita proprio per accompagnare stati di alterazione da stupefacente. E’ quella che viene chiamata “musica psichedelica”: una sequenza di suoni cantilenanti e ripetitivi, intervallati da improvvise accelerazioni, che guidano l’ascoltatore in un cosiddetto “trip”, ossia un viaggio alla ricerca dell’emozione forte. I limiti della morale comune si abbassano notevolmente: si organizzano meeting erotici, chiamati Love-in, si vive sempre di più insieme, stravolgendo il concetto canonico di famiglia e inaugurando quel mito del collettivo che si affermerà come vedremo – con una forza dirompente anche nella vecchia Europa.
QUELL’ANNO FATIDICO – Il rifiuto della società che gli hippie chiamano consumistica, e il ritiro in una vita agreste e semplice, in un socialismo primitivo dove non esiste proprietà privata, fanno da sfondo alla deflagrazione del rock. Non importa che le venature musicali siano jazzistiche, o pop, o folk: quel che conta è appoggiare senza riserve la filosofia rivoluzionaria che promana dalla baia di San Francisco, luogo di nascita degli hippie (molti di loro, infatti, fanno parte di quel movimento studentesco di cui abbiamo parlato in precedenza).
Due, in particolar modo, sono i soggetti musicali che, accanto al sempre presente Dylan, fanno da menestrelli della rivoluzione: Grateful dead e i Jefferson Airplane. I primi, genuino prodotto da comunità hippie, non abbandoneranno mai l’idea di musica come veicolo onirico: la chitarra di JERRY GARCIA, loro leader, passerà alla storia come la miglior compagna di “trip” dopo quella di HENDRIX.
Differente sarà la sorte dei Jefferson airplane: partiti dalle stesse sponde dei Grateful, approderanno poi ad un rock politico quando, nel 1970, daranno alla luce l’album “Volunteers”, apertamente ostile a quella guerra in Vietnam che non intende concludersi. Ma rimaniamo agli anni in questione, in particolare al 1967.
Un anno fatidico, per la storia del rock. E’ quello della “summer love” proclamata dal movimento hippie e, al contempo, dell’uscita del disco che cambierà il modo di fare musica pop: “Sg.t Pepper’s lonely hearts club band”, dei favolosi Beatles. I quattro di Liverpool, sino ad ora trascurati dal nostro racconto, formavano – insieme ai rivali Rolling Stones – un “movimento trasversale”, che univa i giovani di tutto il mondo indipendentemente dall’appartenenza ad un gruppo specifico.
Anche in Italia dove gli anni precedenti il ’68 videro l’affermarsi di personaggi quali GIANNI MORANDI, GINO PAOLI o MINA – i “FAB FOUR” riscuotono un buon successo, anche se non paragonabile all’isteria collettiva che colpisce migliaia di giovani britannici e americani. La loro musica, d’altronde, è semplice e orecchiabile; le loro canzoni sono come un dolce casereccio ma buonissimo: pochi accordi ne costituiscono gli ingredienti, eppure la combinazione è fenomenale.
I BEATLES IN ORBITA “Yesterday”, “Michelle” e almeno altri venti brani detengono il primato di più eseguiti nel mondo. Il ’67, dicevamo, è per i Beatles un anno fondamentale. Reduci da un’esperienza di qualche settimana in India nella comunità capeggiata dal santone Marahishi Mahesh, i cui insegnamenti erano
tenuti in grande considerazione da GEORGE HARRISON, una volta rientrati in studio di registrazione scaricano sulle bobine una musica nuova, nella quale parole e note si fondono alla perfezione in un prodotto che – perfettamente in sintonia con la cultura hippie – si adatta a meraviglia alla logica di mercato, vendendo milioni di copie su tutto il pianeta.
Per la prima volta nella storia del rock un disco reca pubblicati i testi delle canzoni, e che testi: si parla di viaggi lisergici (Lucy in the sky with diamonds), di miti collettivi e del valore dell’amicizia (With a little help from my friends), di sogni pacifisti (A day in the life). Praticamente la summa del pensiero hippie, però divulgata dal gruppo rock più famoso sulla faccia della terra.
In quel momento, la maggioranza dei giovani del pianeta si sente parte della grande famiglia dei “figli dei fiori”.
Mentre gli Usa, e in parte l’Inghilterra, devono vedersela con un movimento giovanile determinato a realizzare l’utopia della società ideale, nel nostro Paese si pensa ancora ad ascoltare musica per puro divertimento. L’impatto con il ciclone Beatles sortisce l’effetto di un temporale estivo.
Ai tre concerti che il gruppo tiene in Italia nel 1965 – complici i prezzi troppo elevati, corrispondenti a circa 100.000 lire attuali – partecipano poco più di trentamila persone. Il loro ultimo concerto (29 agosto 1966, Shea stadium di San Francisco) fu visto da 65.000 ragazzi. La ragione di questo fenomeno è molto semplice: pochi, in Italia, conoscevano l’inglese, e non avevano molta voglia di cantare canzoni delle quali non comprendevano il significato. Ecco perché privilegiati furono i cantanti nostrani.
Tra i vari Nico Fidenco, Jimmy Fontana, Celentano e Bobby Solo, il vero re del mercato discografico è GIANNI MORANDI. Faccia da bravo ragazzo, dimostra meno dell’età che ha ed è sicuramente più innocuo dei suoi “smidollati” colleghi d’oltreoceano.
E IN ITALIA ANCHEGGIA CELENTANO Ma non è il solo, in Italia, a suscitare quel sentimento; la maggior parte dei cantanti degli anni ’60 ha l’aspetto del ragazzo della porta accanto. Il massimo della trasgressione è compiuto da Adriano Celentano, che in un Festival di Sanremo attacca “24.000 baci” dando le spalle al pubblico e ancheggiando furiosamente. Ma qualcosa sta cambiando. Gli echi di Bob Dylan, Kerouack e Ginsberg pian piano arrivano a bagnare le coste del Bel Paese e a influenzare alcuni gruppi che non perderanno tempo nel definirsi “Beat”. Sono i DIK DIK, L’EQUIPE 84, I NOMADI, I GIGANTI, autori di testi più impegnati e rivolti al vento di novità che arriva dagli States.
I genitori, già restii nel comprendere la passione dei propri figli per i Celentano, i Don Backy o i Bobby Solo, si trovano letteralmente spaesati di fronte a ragazzi che all’ora del desco, tra uno spaghetto e l’altro, discutono di pacifismo, di mondi migliori e di crisi dei valori di una società che sembra invecchiata di colpo.
I più audaci sostengono convinti che “…Dio è morto, nei bordi delle strade, nelle auto prese a rate, nei miti dell’estate”. Le madri si fanno il segno della croce, e a nulla servono le parole dei loro pargoli, pronti a spiegare che si tratta di una canzone dei Nomadi scritta da GUCCINI, il quale a sua volta l’ha ripresa dalla poesia di Ginsberg “L’urlo”.
La protesta sociale, pian piano, raggiunge l’intensità che la caratterizza negli Usa. Teatro delle canzoni del beat italiano non è l’università, né i circoli letterari (come accadeva a New York, nel Greenwich Village), bensì una discoteca che farà epoca: il Piper Club, a Roma. Aperto nel 1965, il locale di via Tagliamento fa da alcova per il beat tricolore: vi suonano tutti i calibri dell’epoca, e su quel palcoscenico nasceranno due stelle, CATERINA CASELLI e PATTY PRAVO. La prima favorirà di molto l’ingresso della musica anglofona in Italia, grazie alle interpretazioni – rigorosamente tradotte – dei brani di Otis Redding, di Cat Stevens (altro grande eroe hippie americano), dei Rolling Stones.
La seconda, invece, introdurrà a pieno titolo la parola “scandalo” nel vocabolario musicale, cantando temi scabrosi come l’omosessualità e il ménage à trois. I giovani italiani sono in fermento: sentono che è giunta l’ora di farsi sentire, proponendo un messaggio che abbia una sostanza. La canzone, quindi, si appropria di contenuti anche politici, soprattutto da parte dei cantautori, alcuni dei quali scriveranno veri e propri “manifesti” di quella contestazione sessantottesca che ormai è pronta a deflagrare.
Il Sessantotto italiano, secondo la storiografia ufficiale, comincia il primo marzo. Quel giorno, a Roma, si assiste al primo violento scontro tra polizia e studenti universitari. Teatro della battaglia è Valle Giulia, sede della facoltà di Architettura. Ai manifestanti che lanciavano sassi e molotov, la polizia rispondeva con manganellate e idranti. A onor del vero, va detto che il mondo universitario era già in subbuglio, grazie alle occupazioni cominciate nel 1967.
Toccò dapprima alla Cattolica di Milano, nel novembre di quell’anno. Seguirono a ruota Torino, Genova, Cagliari, Firenze, e in pochi mesi la quasi totalità degli atenei italiani fu autogestita dagli studenti. A una prima lettura, l’epicentro del terremoto che scuote i primi mesi di quel fatidico anno va ricercato nella cosiddetta “Primavera di Praga”, cioè quel programma politico che Alexander Dubcek, segretario del Partito Comunista Cecoslovacco, vara con l’intento di riformare in senso socialista l’organizzazione di governo sovietica della Cecoslovacchia.
Ma, allargando l’orizzonte, ci si accorge che tutto il mondo è scosso da un unico, gigantesco terremoto. Il 1967, con l’intervento diretto degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam e con la Rivoluzione Culturale cinese iniziata da Mao Tse Tung (anch’egli, per un verso, critico verso l’Urss) aveva fatto da preludio all’anno che verrà. Il quale, oltre alla suddetta “Primavera di Praga”, annovera una serie di eventi che non possono essere tralasciati.
In Francia, all’università di Nanterre, lo studente Daniel Cohn-Bendit fonda il movimento “22 marzo” e accende la miccia di un’altra contestazione studentesca che si farà sentire soprattutto nel maggio successivo. Il 3 di questo mese sarà ricordato infatti come la “notte della barricate”: nel Quartiere Latino, sede della Sorbona e cuore di Parigi, polizia e studenti si affrontano in una cruenta guerriglia.
Dieci giorni dopo, agli studenti si affiancano gli operai, che paralizzano il paese con uno sciopero generale. Il presidente De Gaulle scioglie L’Assemblea Nazionale e chiama in causa l’esercito per reprimere la rivolta. Le
elezioni successive, con il trionfo dei gollisti, dimostrano che la maggioranza dei francesi è tutta con il suo presidente.
IL SESSANTOTTO NEGLI USA – Andiamo in America: il movimento pacifista era più che mai attivo nella sua lotta contro il conflitto in Vietnam, e approfittava degli insuccessi militari (la presa dei Vietcong di alcuni quartieri di Saigon, controllata dagli americani) per ribadire l’inutilità di quella guerra. A rendere incandescente il clima contribuirono due tragedie.
Il 4 aprile, a Menphis, un colpo di fucile toglie la vita a Martin Luther King, leader nero della non-violenza. Due mesi dopo, il 5 giugno, l’arabo di Gerusalemme Sirhan Bishara Sirhan, con tre colpi di revolver, rende lo stesso servizio a Robert Kennedy, nel pieno di una campagna elettorale che – secondo i sondaggi – era destinato a vincere.
Le elezioni di novembre, invece, porteranno alla Casa Bianca il repubblicano Richard Nixon. Torniamo per un attimo in Cecoslovacchia: in luglio, in un luogo segreto ai confini con l’Urss, Dubcek incontra il segretario del Pcus Breznev. Il summit non allenta la tensione per lo “strappo” del boemo da Mosca, e il 20 e 21 agosto i carri armati del Patto di Varsavia entrano a Praga.
E ancora: a Città del Messico, a settembre, gli studenti, che accusavano il governo di spendere troppo per i giochi olimpici di quell’anno, si scontrano con la polizia. Un altro triste preludio: un mese dopo, l’esercito apre il fuoco contro gli stessi studenti e regala alla storia il “massacro di Piazza delle Tre Culture”. Viene spontaneo chiedersi cosa tutti questi fatti abbiano da spartire con l’armonioso universo musicale.
La risposta non à difficile: nulla più della canzone, nella sua brevità, è in grado di fotografare un sentimento e di fissarlo – grazie alla musica – nella memoria di chi ascolta. Inoltre, la canzone è il pane quotidiano dei giovani, cioè di coloro che, in quel momento, hanno tutte le intenzioni di cambiare il mondo. Basta quindi una chitarra, due accordi e parole pesanti come un macigno per scaldare – talvolta eccessivamente – gli animi dei ventenni.
Quella rivoluzione musicale compiuta, come abbiamo visto, dai beatnik italici diviene esplicitamente politica. Esemplare, per capire la metamorfosi, l’analisi di due testi: “Ciao amore ciao”, di LUIGI TENCO e “Valle Giulia” di PAOLO PIETRANGELI. Il primo, presentato al Festival di Sanremo nel 1967, in un passo recita: “…saltare cent’anni in un giorno solo / dai carri nei campi agli aerei nei cieli / e non capirci niente / e aver voglia di tornare da te”.
LA TRAGEDIA DI TENCO – Questo, invece, un frammento da “Valle Giulia” (1968): “…il primo marzo, sì, me lo rammento / saremo stati in millecinquecento / e caricava la polizia / ma gli studenti la cacciavan via / No alla scuola dei padroni / via il governo, dimissioni”. Tenco, interpretando i sentimenti del bracciante meridionale che cerca lavoro al nord, trascinato dal miracolo economico, tenta invano di coniugare la protesta sociale con il Festival musicale più popolare del Paese.
La canzone non piace, viene esclusa dalla serata finale e Tenco, sconvolto da un misto di indignazione e depressione, si toglie la vita con un colpo di pistola.
Non è sbagliato definirlo un protomartire della “rivoluzione prossima ventura” che, invece, regalerà gloria e fama a Paolo Pietrangeli e ad altri suoi colleghi. Il suicidio di Luigi Tenco, infatti, porta nel mondo della canzone la inquietudine dei tempi: il boom economico – e i connessi sogni degli italiani – cominciano a vacillare.
Ma la classe dirigente dell’Italia di allora, inseguendo indefessa un progetto di grandi riforme politiche, economiche e sociali, ignora che stanno per verificarsi due veri e propri cataclismi: la Contestazione e la crisi economica. Se le prime avvisaglie di protesta del 1967 – l’occupazione delle università di cui sopra – sono attutite da una società che fatica a staccarsi da modelli rassicuranti (si pensi che il Festival in questione fu vinto da Iva Zanicchi in coppia con Claudio Villa), il giorno di “Valle Giulia” non può rimanere nell’ombra, e dà il la ai dieci anni più bui del dopoguerra italiano.
Gli Stati uniti, diversamente dall’Italia, sono alle prese con una guerra che sta falcidiando una generazione. La gioventù americana è divisa in due grandi blocchi: c’è chi decide di rischiare la vita in Vietnam e chi – renitente alla leva – preferisce rimanere in patria a protestare per l’ingrata sorte che è toccata al suo coetaneo militare. Il movimento pacifista, quindi, occupa il centro del proscenio politico statunitense.
NON C’E’ PACE NEGLI STATES – Il gran bisogno di pace è anche dettato dalla confusione nella quale il paese è precipitato dopo gli assassinii di Bob Kennedy e Martin Luther King, guide spirituali per tutti coloro che sognavano un mondo meno crudele.
Tuttavia, nonostante Nixon proceda al graduale ritiro delle truppe americane dal Vietnam, le proteste pacifiste sono all’ordine del giorno. E’ il momento in cui il rock, più che mai, si fa politico: la chitarra elettrica si trasforma in un mitra, e scarica gragnuole di note che mirano alla destabilizzazione dell’ordine costituito.
Non è un processo ben definito, in America. A differenza dell’Europa, e in particolare dell’Italia, non c’è da parte dei giovani – come vedremo – un ancoraggio esplicito al Partito comunista. Non solo perché questi là non esiste, ma perché nelle vene dei ragazzi americani scorre un sangue diverso rispetto a quello dei loro omologhi europei. Il retroterra culturale della “rivoluzione sociale” americana sta nel rock’n’roll e nel suo profeta: Elvis Presley. La massa – al tempo – era tutta con lui. Solo pochi eletti, invece, si dilettano con la lettura di Kerouack, di Ginsberg e dei Beatnik.
Non è sbagliato affermare che – nonostante l’eco mondiale di Dylan – il germe del rock’n’roll aveva attecchito, nelle orecchie e nei costumi dei ragazzi americani, più della musica folk e di quel tipo di jazz, il be-bop, che costituivano la musica quotidiana della “minoranza eletta”. PHIL OCHS, che negli anni ’70 perpetuerà la tradizione della canzone folk di protesta continuando un’opera cominciata trent’anni prima da Woody Guthrie, arriva ad affermare – con ragione – che “se esiste in America una speranza di rivoluzione, consiste nel riuscire a trasformare Elvis Presley in Che Guevara”.
Con una frase, Ochs è riuscito a inquadrare l’animus contestatore dei giovani americani. Un animus, comunque, estremamente eclettico, in grado di recepire tutti gli scampoli di novità che venivano proposti
da chi faceva musica allora. Tra questi, due soggetti riscossero un enorme successo: JIM MORRISON e JIMI HENDRIX. Figlio di un militare di carriera che nel fatidico ’68 guadagnò i galloni di ammiraglio, appartenente a quella middle classe tanto vituperata dai giovani, Morrison offre di sé una doppia lettura: c’è chi lo vede come la “coscienza critica” di quella classe sociale, una sorta di “redentore dall’interno” dei peccati da essa commessi, e chi lo considera il classico figlio di papà che – mai a secco di dollari in tasca – può permettersi di “giocare alla contestazione”.
L’ESPLOSIVO “RE LUCERTOLA” In realtà, il “Re lucertola” (soprannome nato dall’abitudine di indossare, pressoché sempre pantaloni di pelle nera) era consapevole del suo essere artista, dell’essere un poeta i cui versi erano sorretti dalla musica dei suoi tre amici, con i quali aveva fondato il gruppo dei Doors. Il nome è un esplicito omaggio allo scrittore Aldous Huxley e alle sue “porte della percezione”.
E la percezione di un mondo nuovo fu il traguardo che si ponevano le canzoni di Jim nelle quali, però, l’imperativo non era la ricerca di una pace universale, bensì il superamento dei vecchi tabù. L’esordio dei Doors su un palcoscenico è a dir poco tempestoso: nel bel mezzo di “The End”, canzone simbolo tra quelle del gruppo, il nostro si produce in un recitativo, scandito dal ripetitivo incedere dell’organo elettronico, che poi esplode in due versi inquietanti anche ai nostri giorni: “Padre, voglio ucciderti / madre, voglio fotterti tutta notte”. Si capisce, sin dalle prime battute, che la carriera di Morrison non ripercorrerà le orme battute da altri suoi colleghi i quali, pur cavalcando la tigre, sapranno – a un certo punto – mettere la testa a partito e godersi le tonnellate di dollari che riposano nei forzieri delle loro banche di fiducia.
La vita del “Re lucertola”, invece, sarà costellata di eccessi: alcool, droga, esperienze di satanismo, denunce per atti osceni in luogo pubblico. Un eroe maledetto in piena regola, ma con una cultura alle spalle comunque ben definita. Legge Nietzsche, e ne incarna perfettamente l’ideale di “uomo che non è più artista ma diviene opera d’arte”. Più di tutti gli altri, infatti, Morrison vive la vita che scrive nelle sue canzoni. Il suo motto è: “meglio bruciare in una volta sola che spegnersi lentamente”. La sua candela si spegne nel 1971, a Parigi, a ventisette anni. Le sue spoglie, tumulate al Père Lachaise, sono ancora oggi le più venerate di quel cimitero.
IL SUONO DI HENDRIX: UNICO – Veniamo a Jimi Hendrix. Quello che ha fatto Morrison con le parole, Jimi fa con la musica. In particolare con la sua chitarra elettrica, quella Fender Stratocaster che, nell’immaginario di ogni chitarrista rock, è un’icona da venerare ogni giorno.
In effetti, Hendrix inventa un nuovo modo di suonare: autodidatta, unisce un innato talento tecnico alla capacità di saper andare oltre i limiti sino ad allora consentiti dalla tecnologia. Hendrix lavora come un jazzista: ricerca un suono che sia il suo, tale da permettere all’ascoltatore di riconoscerlo sin dalle prime battute. E vi riesce, al punto da creare suoni che, molti anni più tardi, sono stati immagazzinati e riprodotti in quelle scatolette a pedale che i musicisti di oggi adoperano per imprimere un effetto particolare alla propria chitarra.
A tale genialità, come per Morrison, corrisponde tanta sregolatezza. Anche Hendrix, infatti, non lesinerà alla sua vita eccessi e sregolatezze, e anche lui morirà anzitempo, in una camera d’albergo londinese, nel 1970, soffocato dal suo vomito in seguito ad un overdose.
L’anno prima, Hendrix era stato il grande protagonista del festival di Woodstock, mega raduno al quale parteciparono 500.000 ragazzi. Teatro di quel concerto di tre giorni – 15, 16, 17 agosto – è la fattoria di Max Yasgur. Durante quelle settantadue ore di musica e amore, si alternano sul palco i più grandi nomi del rock di allora: The Band (il gruppo che accompagnava Dylan), gli WHO, CROSBY, STILLS & NASH, SANTANA, JOE COCKER. i WHO, CROSBY, STILLS & NASH, SANTANA, JOE COCKER. Ma il simbolo del concerto più famoso della storia del rock è Jimi Hendrix: all’alba dell’ultimo giorno, chiudendo la rassegna, Jimi estrae dalla sua chitarra la versione più malinconica – e al contempo dissacratoria – di “Star Spangled Banner”, l’inno degli Stati Uniti. La sua tirando le corde e dando fondo a tutta la drammaticità del suono, che si trasforma quasi in un lungo lamento. Ad ascoltarlo c’è, forse, un decimo degli spettatori complessivi che hanno affollato Woodstock in quei giorni. Tutto intorno è una landa desolata, resa fangosa dal temporale che si è abbattuto nella zona qualche ora prima. Una fotografia che è diventata un simbolo, quella della fine dei sogni e dell’inizio della realtà: la realtà di un’America difficile e controversa.
DA PIAZZA FONTANA IN POI Il ’69, in Italia, non è l’anno di Woodstock, bensì di Piazza Fontana, nella quale – il 12 dicembre – non risuonano le note delle chitarre, ma il fragore di un ordigno che toglierà la vita a dodici persone, esplodendo al centro della Banca Nazionale dell’Agricoltura.
E’ l’inizio di quella che viene chiamata “strategia della tensione”, consistente nel far accadere qualcosa di grosso ogni qualvolta si avverta nell’aria un tentativo di cambiare. Non é questa la sede per un’analisi politica di quei tempi, che tuttora faticano ad abbandonare le discussioni degli italiani. Quel che conta, ai fini della nostra storia , è di vedere come e quanto quei tempi abbiano influenzato i contenuti della canzone popolare. La risposta – per certi versi ovvia – è: totalmente. In particolare, dal ’69 al ’76, l’attenzione dei cantautori è catalizzata dallo scenario politico, in particolar modo dall’avanzata della sinistra e in particolare del Pci, che arriva a sfiorare, proprio nel ’76, una storica vittoria elettorale.
Lo slogan dei giovani di quegli anni è “uniti contro la Dc”, vista come il partito di dinosauri, di burocrati e di burattinai. Nonostante l’entusiasmo del Paese nella difesa della libertà contro il terrorismo nero (caratterizzato dall’uso delle bombe) e le minacce di golpe, la vittoria del referendum sul divorzio nel 1974, il Partito Comunista non riuscirà mai a sorpassare la Democrazia Cristiana, sorretta – nel 1976 – da una maggioranza silenziosa analoga a quella che, otto anni prima, permise a Charles De Gaulle di rimanere all’Eliseo contro tutte le previsioni.
La canzone, per tutto questo periodo, respira quest’aria, se ne nutre. I giovani, in quegli anni, abbandonano l’ambito istituzionale della musica leggera e si riversano negli spazi aperti ai giovani dalla Sinistra. In questo ambiente nasce la nuova canzone, definita “impegnata” poiché tratta problemi del quotidiano, di condizione operaia, di libertà dell’individuo. Voci di allora sono GUCCINI, DE GREGORI, VENDITTI, BENNATO, ma anche – su toni più leggeri e meno politici – DALLA, CONTE, DE ANDRÉ.
Nel ’72, la Contestazione fa il suo ingresso in Hit Parade, con la canzone “Piazza del popolo” di CLAUDIO BAGLIONI, storia d’amore vissuta in una manifestazione studentesca dispersa dalla polizia. Una delle poche canzoni a sfondo politico di Baglioni, reo di cantare l’amore e quindi di estraniarsi dal contesto di allora,
molto più degno d’attenzione, secondo i più. Salvo poi, nell’intimità della propria cameretta, tuffarsi nell’ascolto del Claudio nazionale e di quel LUCIO BATTISTI che davvero può considerarsi l’interprete della colonna sonora degli anni ’70.
BATTISTI, AMORE E DISIMPEGNO Affiancato dal paroliere più efficace della storia della canzone italiana – quel GIULIO RAPETTI più conosciuto sotto il nome di MOGOL – Battisti canterà meglio di chiunque altro le emozioni d’amore di quella generazione, che almeno da questo punto di vista non si differenzia dalle precedenti.
Ma il rifiuto di toccare temi politici lo porterà ad essere etichettato a vita come “il cantante della destra”. In quest’opera, contributo fondamentale è dato anche da quei ragazzi che, non volendo partecipare all’euforia collettiva del tempo, ascoltano Battisti al posto di Guccini.
Ciò, tuttavia, non costerà in termini economici al nostro, che in quegli anni vende più di tutti, al punto da decidere, nel 1982, un definitivo ritiro dalle scene per dedicarsi alla propria vita privata, sfornando un disco ogni tanto. Amor di precisione obbliga a dire che, terminato burrascosamente – alla fine degli anni ’70 – il sodalizio con Mogol, Battisti si produrrà in dischi estremamente impegnati, ai limiti dell’ermetismo, che non gli porteranno quei consensi che si era giustamente guadagnato sul campo in precedenza. Sarà sarà stato l’effetto del mancato sorpasso elettorale, sarà stato l’eccessivo clima di tensione vissuto durante i primi anni del decennio, fatto sta che la Sinistra si sfalda.
La Contestazione, però non accenna a diminuire, anzi, per certi versi si acuisce. Il 1977 vede nascere, infatti, una generazione di contestatori che non digerisce la sconfitta di quelli del sessantotto. Eppure, questi loro predecessori hanno ottenuto notevoli vittorie. Tra le tante, segnaliamo quella che più riguarda il campo musicale: la nascita delle radio libere. La radiofonia, e quindi la trasmissione musicale, fino al ’76 sta nelle mani della Rai. Ma il 10 marzo del 1975, nell’etere accade qualcosa di nuovo: cominciano le trasmissioni di Radio Milano Internazionale, fondata da tre ventenni.
LA RABBIA DEL 1977 – E’ un vero segnale di libertà: da quelle frequenze, infatti, sgorga tutta quella musica che non riusciva a trovare spazio sulle frequenze Rai. In particolare, Radio Milano e le altre che, a ruota libera, seguiranno la sua strada, rappresenteranno il vero megafono di quella musica che si svilupperà intorno alla protesta del ’77.
Una protesta violenta, estrema. I giovani sfilano in corteo con le tre dita alzate a mimare il simbolo della P38, inseparabile compagna di quegli anni: chiedono “tutto e subito”, come faceva CIM. Morirono alla fine degli anni Sessanta. Ma se Jim, poi, vi rinunciò per una vita da artista dannato, i nostri non hanno alcuna intenzione di mollare.
Il 17 febbraio arrivano a contestare anche un capo storico della sinistra proletaria di quegli anni: Luciano Lama, segretario della Cgil. Questi, durante un comizio a Roma, viene bombardato da bulloni e altri oggetti, lanciati da esponenti delle frange estreme del movimento di allora.
Lo sbandamento, tra i giovani, è forte. FRANCESCO GUCCINI, che pochi anni prima cantava del trionfo della giustizia proletaria (“La locomotiva”), sembra lontano anni luce. Si diffonde un sentimento di delusione mista a rabbia. I cantautori rifiutano la violenza espressa dai giovani di allora: CLAUDIO LOLLI, forse il
miglior interprete del 1977, canta “disoccupate le strade dai sogni”, svergognando chi sognava “l’immaginazione al potere” (slogan tra i più in voga durante il ’68).
La musica cerca altre vie: c’è la sperimentazione degli Area e della PFM, la provocazione gay di IVAN CATTANEO e RENATO ZERO, la voglia di fare solo musica con Ivan Graziani. L’impegno che caratterizzava, nei primi anni ’70, DE GREGORI, VENDITTI, BENNATO, sembra scomparso. Se prima era un must, per il cantautore, essere considerato colto – tanto che fioccavano tra di loro gli iscritti all’università e i laureati (Guccini in Magistero, Bennato in Architettura, Roberto Vecchioni in Lettere) – adesso si ritorna al cantautore come semplice poeta, o al massimo come sperimentatore. Il tempo dei sogni, insomma, sembra davvero finito.
L’ORA DELL’ULTIMO VALZER – La deflagrazione finale si ebbe nel 1978, con il sequestro Moro. I cinquantacinque giorni di prigionia dell’allora Presidente del Consiglio segnarono il periodo più difficile, per l’Italia, di tutto il dopoguerra. Le Brigate Rosse, con il loro “attacco al cuore dello Stato”, cercavano di impedire la normalizzazione del Pci, che doveva avvenire con l’ingresso del partito al governo. Il Paese, dinanzi al più grande pericolo di sovversione mai corso prima, si compatta , politicamente e socialmente.
La protesta, insomma, è andata oltre ogni limite, e coloro che negli anni precedenti l’hanno incarnata al meglio – i cantautori – non possono ora condividere la follia di chi ha compiuto quel gesto. La musica, quindi, ritorna lentamente nel suo alveo, faticando però a riconquistare quella qualità che l’aveva contraddistinta durante la prima Contestazione.
I primi anni Ottanta saranno caratterizzati da un vuoto musicale italiano che spianerà la strada all’invasione del pop inglese e americano. Forse l’unico che partorì in quegli anni un capolavoro assoluto è De Gregori, con la bellissima “Donna cannone”. Ma le note inglesi e a stelle e strisce ci invaderanno. E a proposito di America, là, nel ’78, c’è ancora qualcosa per cui vale la pena di combattere: quell’anno, infatti, si verifica l’incidente nucleare di Three Miles Island, che porta alla ribalta il problema legato a quella nuova forma di energia.
In segno di protesta, un gruppo di cantanti americani organizza un concerto a New York, conosciuto con il nome di “No Nukes”. Vero mattatore della serata è BRUCE SPRINGSTEEN, nuovo idolo rock americano, considerato – non a torto – l’erede dello scettro di Elvis e di Dylan.
Springsteen canta la vita di provincia già nel ’75, quando da noi imperversa la protesta studentesca e operaia. Egli sa che in America, invece, l’unica voglia è di raggiungere quel sogno americano che coincide con la realizzazione di una vita migliore sul piano personale.
E il pubblico lo incensa, catturato anche dalle sue performance live di quattro ore. La protesta per il nucleare, però, è l’ultimo focolaio di vita della generazione dei “capelloni” americani. E quando alla fine del ’78 Martin Scorsese gira il film “The Last Waltz”, cronaca dell’ultimo concerto di The Band, il gruppo di Dylan, si capisce che quel tempo è definitivamente tramontato. Sul palco, in quella occasione, sfilano Neil Diamond, Eric Clapton, un Ringo Starr brizzolato che suscita una valanga di ricordi legati a quei favolosi quattro i quali, a colpi di chitarra, cominciarono a cambiare il mondo. E legati a tutti coloro che -nel bene e nel male – li seguirono.
dal sito STORIA IN NETWORK – http://www.sofit.it/storia/
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